Virtual Tour del Sito Archeologico delle Arene Candide

Tra i numerosi siti archeologici preistorici del Finalese, in caverne o grotte, uno in particolare è noto
a   livello   internazionale   per   l’importante   sequenza   di   testimonianze   conservate,   oltre   che   per l’assidua attenzione prestatagli da studiosi di tutto il mondo. Si tratta della Caverna delle Arene
Candide, grande complesso ipogeo che si apre a 89 metri di quota sopra il livello del mare,
all’interno del Promontorio della Caprazoppa che separa Finale Ligure da Borgio Verezzi. La
caverna, scavata dalle acque nel calcare giurassico, prende il nome dalla duna di sabbia quarzosa (le
“arene candide”) irrimediabilmente persa a causa di estesi lavori di cava ed estrazione, che fino agli
anni ’20 del XX secolo si estendevano dalla riva del mare alle pendici della grotta.

Fin dalla seconda metà del XIX secolo, in particolare dal 1864 con l’intervento del geologo e
paletnologo Arturo Issel, la caverna è stata oggetto di numerose ed intense ricerche archeologiche,
che hanno visto susseguirsi personaggi quali don Nicolò Morelli, Anton Giulio Barrili, G. B. Rossi,
il Capitano Enrico Alberto D’Albertis, fino ai fondamentali interventi, a partire dal 1940, di Luigi
Bernabò Brea e Luigi Cardini. Più recenti scavi e analisi sono stati, infine, condotti negli anni ’70
dello scorso secolo dall’equipe del prof. Santo Tinè dell’Università di Genova e successivamente
dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, sotto la direzione di Roberto Maggi.
L’interesse suscitato da questo sito deriva dal fatto che al suo interno si conserva una sequenza,
praticamente ininterrotta, di sedimenti che contengono imponenti tracce della frequentazione umana
tra il Paleolitico superiore (30000 anni fa) e l’età bizantina: si tratta ancora oggi della più articolata
e completa stratigrafia archeologica del Mediterraneo, in un contesto ambientale di giacitura
estremamente favorevole alla buona conservazione dei reperti, soprattutto delle ossa e del materiale
combusto.

A causa di diversi fenomeni naturali, avvenuti nel corso di migliaia di anni, la caverna è andata
riempiendosi di detriti, ad esempio durante i momenti di clima umido associato a temperature basse,
tipici delle fasi glaciali, durante i quali si staccarono frequentemente dalla volta e dalle pareti
schegge di roccia, anche di grandi dimensioni, che si depositarono sul suolo. Ma la particolarità
della Caverna delle Arene Candide è che la maggior parte di tali detriti, in alcuni punti per lo
spessore continuo di oltre due metri, sono legati alla presenza dell’uomo preistorico: frammenti di
vasi, conchiglie, ossa, carboni, accumuli di letame, ceneri, legni e strutture in pietra caratterizzano
vaste aree della grotta.  

La Caverna delle Arene Candide ha conservato per l’età paleolitica importanti sepolture, di cui la
più nota, detta del “Giovane Principe” per la ricchezza di ornamenti e oggetti deposti insieme al
corpo di un giovane cacciatore vissuto 28000 anni fa, è un vero e proprio unicum conosciuto in tutto
il mondo.
Numerosissime sono pure le tracce di frequentazione della successiva età Neolitica, in tutte le sue
fasi.

La caverna, per la sua posizione, ben esposta e vicina al mare, venne abitata dalle prime comunità di
agricoltori giunte in Liguria, probabilmente via mare, che qui trovarono un ambiente sicuro, ampio
ed asciutto dove insediarsi. Proprio dalla Caverna delle Arene Candide, infatti, provengono le
datazioni radiocarboniche più antiche che si conoscano in tutta l’Italia centrale e settentrionale per
la Cultura della Ceramica Impressa del Neolitico antico, la prima fase di diffusione della nuova
economia basata su agricoltura e allevamento: alcuni chicchi di grano e orzo, specie non presenti innatura in Liguria e quindi certamente importante dai primi contadini neolitici arrivati da altre terre,
sono stati datati in laboratorio al 5700 a.C. circa.
Gli strati neolitici sono stati indagati in tutta la loro profondità e hanno restituito significative
testimonianze su questo periodo, sia per gli oggetti recuperati - si pensi alla serie di statuine
femminili in terracotta - sia grazie alle numerose analisi di laboratorio condotte su sedimenti,
pollini, carboni, ossa, ceramiche e utensili in pietra, che hanno di fatto trasformato la Caverna delle
Arene Candide in un punto di riferimento per gli studiosi di preistoria di tutta Europa e del
Mediterraneo.

Durante il Neolitico, soprattutto nelle fasi della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, tra 5000 e 4200
a.C., la caverna venne utilizzata dall’uomo per diversi scopi. Era luogo di vita vero e proprio, dove
erano state costruite tettoie per proteggersi dallo stillicidio,  dove si svolgevano sia le attività
connesse alla produzione del cibo, come la macinatura dei cereali, sia quelle per la realizzazione di
oggetti, come la plasmatura e cottura dei vasi in ceramica, la scheggiatura degli utensili in selce o la
sbozzatura e levigatura delle asce in pietra verde. Resti di focolari per cuocere gli alimenti e per
scaldarsi sono piuttosto numerosi. Ma era pure uno spazio fondamentale per proteggere il bestiame,
che era tenuto  all’interno  di appositi recinti costruiti  dentro la caverna,  così come,  in alcuni
momenti, divenne luogo di sepoltura per alcuni individui della comunità.
Tutti questi differenti usi della caverna sono stati attentamente riconosciuti dagli archeologi che
hanno scavato nella caverna. In particolare la destinazione di alcune aree a stalla per gli animali ha
lasciato delle tracce singolari, cioè una netta alternanza tra livelli di colore chiaro - formati da ceneri
- e scuri - contenenti grandi quantità di carbone, terreno e letame - che ancora oggi sono ben visibili
nei lembi di terreno non scavati. Le analisi condotte su questi strati, “chiari” e “scuri”, hanno
dimostrato che queste alternanze sono il risultato di una caratteristica attività di pulizia che gli
allevatori neolitici compivano regolarmente nella caverna, incendiando all’inizio di ogni fase di
occupazione la zona della stalla, per eliminare i parassiti e distruggere i resti di letame essiccato e
del foraggio avanzato.

La presenza di pecore, capre e bovini nella caverna, infatti, doveva provocare non facili condizioni
di vita per la comunità di allevatori e agricoltori, come è del resto provato anche dalla comparsa di
gravi fenomeni di malattie e malformazioni fisiche derivate dall’alimentazione di latticini e dalla
stretta convivenza con il bestiame, il cui caso più drammatico è rappresentato dall’insorgere della
tubercolosi spinale che afflisse un ragazzino la cui colonna vertebrale, fortemente deformata, è
esposta in museo.

Le tante ricerche condotte nella Caverna delle Arene Candide hanno così reso, oltre a migliaia di
reperti di inestimabile valore storico e scientifico, che ci permettono di comprendere diversi aspetti
culturali   delle   popolazioni   neolitiche   del   Finalese,   anche   una   serie   fondamentale   di   dati
sull’ambiente, sulle condizioni di salute e di vita, sull’economia e sulle pratiche di gestione delle
risorse naturali, che in maniera così completa nessun altro sito preistorico del Mediterraneo ha per
ora restituito.